Se l’arte, compresa la musica, è di fatto un mediatore
empatico della comunicazione tra l’artista e il suo fruitore e se,
come ha spiegato Jasper, il disagio mentale non si può non capire
senza empatia, si dovrebbe poter affermare che un resoconto artistico
che tratta il tema della sofferenza psicologica può effettivamente
facilitare la comprensione della psicopatologia ed un esempio in
questo senso potrebbe essere la canzone d’autore all’interno di
un percorso terapeutico.
Nell’ambito della Settimana della Salute Mentale Mat 2014, Venerdì 24
Ottobre presso La Tenda di Modena si è svolta la mattinata di studio
dal titolo “La canzone come strumento terapeutico e riabilitativo”,
promossa dall’Associazione Escomarte, l’Ospedale Privato Villa Igea e
ovviamente dagli psicantrici (Segreteria scientifica: Dr. G. Palmieri).
Dopo i saluti del Dr. Paganelli di Escomarte e del Dr. Lorusso,
Direttore Sanitario di Villa Igea, ha aperto le danze il Dr. Stefano
Mazzacurati, psichiatra e scrittore, che, da raffinato intellettuale ed
umanista, ha fatto un excursus sul significato storico e psicologico
della canzone.
Mazzacurati ha messo in luce diversi aspetti di questa forma
musicale, dall’antichità fino ai giorni nostri, partendo dalle canzoni
provenzali e soffermandosi su un canto delle lavandaie napoletane,”Jesce
sole”, in cui l’elemento consolatorio individuale del cantare era
centrale.
Ha suddiviso la canzone poi in quattro diversi filoni: la canzone
feuilleton, la canzone rock, la canzone d’autore e la canzone ironica.
Ha
poi riflettuto sul senso della canzone e dell’uso che ogni individuo ne
può fare: tra chi la considera come un megafono di uno stato d’animo
che già si prova e chi invece la utilizza come leva per far provare
delle emozioni. Ha concluso che lo spazio delle canzoni è lo spazio
dell’io, che nasconde un’intenzione ed è alla ricerca di un significato.
Successivamente è stato il turno del Dr. Gabriele Catania, psicologo
clinico dell’Ospedale Sacco di Milano e docente universitario, ma
soprattutto autore dell’interessantissimo libro “La terapia De Andrè”
(2013), che racconta esperienze dell’uso di canzoni di Faber in contesti
psicoterapici.
Il Dr. Catania ha iniziato il proprio intervento citando il concetto
di empatia e di “giusta distanza” del famoso filosofo e psichiatra
tedesco Karl Jasper, ricordando che “nell’atto dell’approccio empatico,
lo psicopatologo è come un attore che si immedesima nel personaggio pur
restando se stesso” (Jaspers,1959).
Catania ha illustrato le basi neurobiologiche dell’empatia con
riferimenti agli studi sui neuroni specchio e alla neuroestetica,
un’area di ricerca che coinvolge le scienze cognitive e l’estetica e che
affianca un approccio neuroscientifico alla consueta analisi estetica
della produzione e della fruizione di opere d’arte.
Recentemente alcuni ricercatori, tra cui il Professor Vittorio
Gallese, che fa parte del gruppo degli scopritori dei neuroni specchio
assieme a Rizzolati, Fadiga e Fogassi, hanno potuto osservare
l’attivazione della corteccia motoria in presenza di un’opera visiva
astratta (nel caso specifico i tagli su una tela di Lucio Fontana), che
non rappresentava alcun corpo in movimento.
Il collega ha ipotizzato che
tale risonanza emotiva si possa stabilire anche per le altre forme
artistiche, come ad esempio tra un musicista e chi lo ascolta. Alcuni
studi hanno mostrato come il livello di empatia di un musicista in
concerto sia direttamente correlato all’attività delle aree frontali
dell’emisfero cerebrale destro dove risiedono i sistemi dei neuroni
specchio.
E’ stato inoltre osservato che i musicisti più coinvolti
nell’esecuzione mostravano livelli di empatia più elevati, il che
equivale a dire che la capacità di suonare in concerto è correlata alla
comprensione dei comportamenti, delle emozioni e delle intenzioni
dell’altro. Secondo quanto sostenuto dalla neuroestetica dobbiamo
aspettarci che lo spettatore, nell’osservare i movimenti di un artista
nella sua performance musicale partecipi, attraverso l’attivazione dei
suoi neuroni specchio, alla performance stessa condividendone i
contenuti emotivi. E questo è evidente a chiunque partecipi a un
concerto, come è altrettanto intuibile che questi stessi effetti di
compartecipazione emotiva si possono ottenere anche durante il solo
ascolto di un brano musicale, perché nella nostra mente l’immaginazione
ha gli stessi effetti della realtà esterna.
Se dunque l’arte, compresa la musica, è di fatto un mediatore
empatico della comunicazione tra l’artista e il suo fruitore e se, come
ha spiegato Jasper, il disagio mentale non si può non capire senza
empatia, si dovrebbe poter affermare che un resoconto artistico che
tratta il tema della sofferenza psicologica può effettivamente
facilitare la comprensione della psicopatologia ed un esempio in questo
senso potrebbe essere la canzone d’autore all’interno di un percorso
terapeutico.
Il collega ci ha poi fornito un esempio dell’utilizzo della canzone
“Un matto” di De Andrè durante il lavoro clinico con un paziente affetto
da psicosi, ascolto effettuato con l’obiettivo di aiutare quel paziente
ad accettare meglio la cura e a collaborare in modo più funzionale al
progetto terapeutico. Ci ha poi reso partecipi del nuovo progetto “Faber
in mente”, un concept disc, realizzato dall’associazione Amici della
mente Onlus in collaborazione con la scuola di musica Cluster di Milano,
in cui i testi di nove brani di Fabrizio de Andrè, sono stati riscritti
dal Dr. Catania, nel tentativo di rappresentare in modo empatico la
dimensione esistenziale delle storie cliniche che ha raccontato nel suo
libro “La terapia De Andrè”.
Durante la pausa c’è stata l’esibizione della psychiatric band
Fermata Fornaci nata all’interno del Day Hospital di Villa Igea e
coordinata dalla cantautrice Barbara Rosset. I ragazzi hanno regalato
tre brani del loro vasto repertorio.
I lavori sono ripresi con la presentazione del musicista e
musicoterapeuta Paolo Alberto Caneva, coordinatore e insegnante del
corso di musicoterapia del Conservatorio di Verona, che svolge la
propria attività clinica in un centro diurno psichiatrico ed è autore
del libro “Songwriting. La composizione di canzoni come strategia di
intervento musicoterapico” (2007). La presentazione del collega è stata
suggestiva, poichè ha privilegiato gli aspetti visuali e musicali per
chiarire il suo punto di vista sulla musicoterapia.
Attraverso i filmati proposti
(tra cui un meraviglioso estratto del film Yes Man con Jim Carr) ha
sottolineato che l’obiettivo primario della musicoterapia è quello di
dare la possibilità a chiunque di partecipare al “fare musica” e di
scoprirsi protagonista di tale processo ludico e creativo. Ha
poi dato la parola alla musica, facendo ascoltare tre brani composti
dagli utenti del suo centro e sottolineando con la pratica che “quello
che non riusciamo a dire, possiamo cantarlo!”.
La mattina si è conclusa con il doppio intervento del dott. Palmieri e
del dott. Grassilli, che hanno raccontato la propria esperienza
sull’uso della canzone presso l’Ospedale Privato Villa Igea.
Il Dr. Grassilli ha raccontato l’esperienza di songwriting presso la
Residenza e Semiresidenza per adolescenti Il Nespolo e presso la
Residenza Psichiatrica a Trattamento Protratto Il Borgo. Grassilli ha
illustrato la struttura del laboratorio con le varie attività proposte:
realizzazione di canzoni (cover) richieste alla fine dell’incontro
precedente (possibilità di arrangiamenti e accompagnamenti musicali),
riscrittura del testo di canzoni, adattamento di testi su basi musicali,
songwriting di testi e musiche originali.
Ha poi mostrato il procedimento per la costruzione di una canzone in
gruppo, una volta scelto un tema, partendo da brevi frammenti musicali
fino alla strutturazione di strofe e ritornelli. L’accento è stato posto
anche sulla possibilità che offre la canzone di poter parlare di sé, in
relazione al tema affrontato e di come ad esempio l’evoluzione del
personaggio della canzone, durante lo sviluppo del testo, crei possibili
agganci con le storie e le narrative degli utenti (condivisione dei
vissuti, strategie di coping, elaborazione e confronto rispetto al tema
ad esempio del “sentirsi inadeguati e giudicati”). Infine è stata fatta
ascoltare una canzone creata da un utente alla quale tutto il gruppo si è
impegnato per la registrazione e per il canto nei ritornelli.
Il Dr. Palmieri ha descritto il gruppo di ascolto settimanale di
canzoni che conduce con utenti psichiatrici ricoverati presso il reparto
Villa Centrale. Ha portato l’esempio dell’utilizzo di una scheda ABC
musicale che aiuti gli utenti a identificare in modo più preciso
pensieri, stati emotivi e immagini evocati dalla canzone. Anche in
questo caso i contenuti dei brani e le storie dei cantati entrano in
risonanza con le storie e i vissuti degli utenti, fornendo stimoli
importanti per lo svelamento e la condivisione di episodi di vita e
stati mentali problematici, che possono successivamente essere ripresi
nelle sedute psicoterapiche individuali.
Palmieri ha inoltre presentato un’esperienza di songwriting
nell’ambito dello stesso gruppo, che ha portato alla riscrittura de La
canzone di Marinella di De Andrè. In questo caso la storia della
protagonista viene sostituita dalla storia dell’utente, pur mantenendo
lo schema metrico e la struttura in rima. Tale esercizio costituisce uno
sforzo di sintesi metanarrativa in cui il paziente cerca rileggere il
proprio disagio e i motivi che l’hanno portato al ricovero,
distanziandosi in modo critico.
Gaspare Palmieri, Cristian Grassilli
Articolo tratto da: http://www.stateofmind.it/2014/11/canzone-come-strumento-terapeutico-report-congresso-modena-2014/